Hubert Godard, l’essenza del Rolfing in Italia

Hubert Godard, lo scienziato che raddrizza la schiena alle etoile

L’effetto delle sedute con Hubert Godard si potrebbe sintetizzare così: entri che sei tu ed esci che sei te stesso. Perché il percorso proposto da questo scienziato francese del movimento riesce a fondere il lavoro sul corpo, sulla postura e sulle emozioni con una facilità stupefacente.
Hubert Godard è stato responsabile del Dipartimento di Analisi del Movimento dell’Università di Parigi, Godard è studioso e allievo di Ida Rolf, la ricercatrice newyorchese che per prima ha creduto al ruolo centrale della forza di gravità.
Terapeuta delle più grandi étoile della danza, Hubert Godard lavora anche in Italia: esperto di riabilitazione post operatoria per il tumore al seno, ha contribuito ai gruppi di ricerca del CNR coordinati dall’oncologa e psicologa Gemma Martino. Attualmente riceve, pochi giorni al mese, presso lo studio Metis di Milano.

Come ha iniziato?

All’università facevo chimica e contemporaneamente danzavo, ma il mio corpo mi tradiva a causa di un incidente non riuscivo più a danzare un medico mi fece capire perché accadeva e da lì ho cominciato a studiare fisiologia motoria

Che cos’è il Rolfing?

Una teoria che parte dal concetto che nel mondo in cui viviamo tutto muta e tutto ci coinvolge in un cambiamento costante. L’unica cosa che non cambia mai è la grafità, l’unica certezza. Si tratta di cambiare il nostro modo di sentire il mondo alla luce di questa certezza. Scegliere come opporsi alla gravità o come invece “andare” con la gravità. La postura dipende dalla percezione del nostro corpo, dal modo di sentire e interpretare il mondo, l’ambiente, le nostre relazioni.

Quanto conta la psicologia nello studio e nella cura della postura?

Il nostro corpo si organizza seguendo influenze psicologiche. La differenza di postura tra una persona che “riceve” il mondo e una che “lo respinge” è evidente a tutti, anche se da adulti ce ne accorgiamo meno di quando siamo bambini. Reagiamo tutti, crescendo, in base alla rappresentazione dello spazio che ci siamo costruiti. E che ovviamente è molto legata all’impostazione e all’atteggiamento che ci trasmettono i nostri genitori. Chiaro quindi quanto il contributo della psicologia sia importante. Ma prima di tutto esiste la gravità

Chi pratica le arti marziali o altre discipline fisiche orientali ha spesso la sensazione di rivoluzionare il proprio atteggiamento nei confronti dello spazio. Ci sono dei punti di contatto con il suo approccio?

Queste discipline spesso insegnano a cambiare l’attitudine occidentale e spesso quindi la postura e il modo di esprimere le emozioni dal punto di vista fisico. Capita quindi facilmente che vadano a “toccare” l’immagine del corpo e la sua soggettività, che è un punto fondamentale della nostra terapia.

In che modo questo “tocco” diviene terapeutico nella riabilitazione di chi ha avuto un tumore?

Ho lavorato a lungo sui pazienti oncologici assieme a Gemma Martino a Milano. Ci siamo concentrati in particolare sul dilemma del braccio immobilizzato: tantissime donne che avevano subito l’operazione al seno si sentivano menomate, non muovevano più l’arto e la mano.

E questo nonostante l’operazione fosse andata nel migliore dei modi e non vi fosse stata lesione reale muscolare o neurologica legata all’utilizzo della spalla. In realtà ciò che è lesionato in questi casi è uno spazio simbolico che si potrebbe definire “gestosfera”.

Compiere un gesto non è solo fare un movimento, ma ha un significato che va oltre e che comprende la mia relazione con le emozioni, con il mondo e l’ambiente circostante. 

Accadeva dunque che chi aveva subito la mastectomia percepiva quella parte del suo corpo come in una gabbia, interdetta a movimenti e gesti emozionali. Ecco, abbiamo capito che era necessario lavorare sull’immagine del corpo e andare a toccare quella parte relazionale abbandonata.

Ma attenzione, l’osservazione che ci ha aperto una finestra: anche se le pazienti recuperavano l’utilizzo della spalla e del braccio, rimaneva qualcosa di non comprensibile, qualcosa di “storto”.

Una debolezza nello stringere la mano, nel prendere oggetti. E analizzando le pazienti prima e dopo le operazioni chirurgiche abbiamo capito che questo deficit era preesistente l’operazione e che una fragilità nella sfera del gesto, coincideva con l’attacco del male, quasi preannunciandolo.

Bisognava essere prudenti e umili nel portare avanti questa teoria, ma l’attività svolta su queste basi e sul toccare quella fragilità ci ha dato importanti risultati e riconoscimenti.

Sta dicendo che attraverso le attività quotidiane dei nostri muscoli non solo comunichiamo ma organizziamo anche la nostra sopravvivenza?

Questo avviene fin da bambini, quando si prende la strada dell’autonomia, comincia un dialogo del corpo, con l’ambiente e con la gravità. Prima era la madre che provvedeva all’organizzazione del mondo per conto del bambino.

Poi il progressivo distacco porta a un nuovo dialogo con lo spazio attraverso i gesti e le funzioni toniche del reggere, sostenere, stare in piedi, esplorare. È così che ci si costruisce una “muscolatura gravitaria”. Con la quale leggere il mondo e continuare questo dialogo.

Un dialogo benissimo rappresentato dall’opera pittorica di Henri Matisse che mette in relazione la figura e il suo sfondo.

Un’altra responsabilità che molti genitori, forse, non sanno di avere. E un altro lavoraccio da fare per madri superimpegnate. Che cosa possiamo consigliare a una mamma che voglia diventare “gravitariamente” consapevole?

Il genitore da questo punto di vista è contagioso, la sua stessa postura è contagiosa. Si è come specchi e dunque può essere utile iniziare un cambiamento su se stessi e sul proprio corpo. Così sarà possibile insegnare la gioia del movimento e accogliere invece che “normalizzare” il modo con cui il bambino esprime le emozioni applicando una pedagogia del successo e del piacere.

Che ruolo può avere lo sport in questo percorso?

Importante, agisce su molti aspetti. Purché la scelta del tipo di sport si basi sull’esigenza di sperimentazione del bambino e non rifletta invece la voglia di eccellere frustrata dei genitori. Della grande diffusione delle palestre e dei tanti che le frequentano invece penso che in fondo portano soprattutto benefici secondari utili ad arginare l’angoscia generale.

La tecnologia è sempre più presente nelle nostre vite spesso ci obbliga a posture innaturali. Ci espone a nuovi malesseri?

Il difetto più grosso della tecnologia è quello di toglierci l’orizzonte, di distaccarci dalla visione del territorio attorno a noi, relegandoci sempre più dentro un guscio. Lo siamo quando interloquiamo per ore davanti a un computer, quando stiamo dentro le automobili, quando ci attacchiamo al telefonino. Ci obbliga a centinaia di gesti ripetitivi e a immaginari artificiali. È dal taylorismo, dai tempi della catena di montaggio, che sappiamo che questo fa male e modifica i nostri gesti corporei

La crisi economica ha colpito anche il nostro corpo?

La paura del futuro, tipica della crisi economica, genera paura dell’orizzonte e ci porta a vivere dentro una bolla e anche a sperimentare una minore solidarietà.

Senso di isolamento e abbandono si riflettono certamente sul nostro fisico causando malattie e “pesando” come un fardello metaforico, disorientando il corpo e generando disagi da mancanza di punti di riferimento, come se al corpo mancassero appoggi.

In questi casi il disagio è sociale e non conta, come pensa qualcuno, risolverla con la psicologia. Nel 2005 dopo lo Tsunami in Asia gli Stati Uniti inviarono un esercito di psicologi ma non servirono a nulla perché il trauma era sociale e non individuale.        

Il design degli oggetti quotidiani come si sta evolvendo secondo lei?

Tra i designer ci sono pochi “illuminati”, in genere per esempio nelle auto non si investe molto sui sedili, si privilegiano altri parametri, come il lusso dei materiali.

Nei posti di lavoro  poi non ne parliamo nemmeno, la salvaguardia della schiena dovrebbe essere un punto importante del diritto del lavoro. Ma siamo ancora al Medioevo un po’ in tutto il mondo occidentale. Si può dire che siamo in mano ad analfabeti del movimento, manca una cultura estetica del gesto.

La moda e i suoi cicli influiscono sul modo di usare il corpo?

È interessante vedere le sfilate, perché sembrano proporre un diverso modello nell’affrontare il mondo da parte delle donne e degli uomini.

Sulle passerelle sfilano femmine con il bacino proteso in avanti, quasi in un gesto fallico e maschi che al contrario sono chini in avanti, quasi a evidenziare un seno che non hanno. E’ qualcosa che parla di cambiamenti nei rapporti tra i generi.

Caro Hubert Godard, ci conceda una battuta finale: chi è più posturalmente corretto tra Silvio Berlusconi e Nicholas Sarkozy?

Premesso che è un giudizio posturale e rigorosamente non politico, bisogna ammettere che mentre Berlusconi si mostra aperto alla sfida e con un atteggiamento corporeo da combattente flessibile, Sarkozy è spesso rigido e chiuso e lascia intravedere una scarsa dinamicità. 

Davide Burchiellaro per Marie Claire © tutti i diritti riservati Hearst Italia

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