Davide Burchiellaro

Oliver Davide

Inutili info su Davide Burchiellaro, per chi vuol conoscerle. Per tutto il resto c’è LinkedIn

Sono nato nel 1969 a Bologna, il che già dice molte cose. Sono cresciuto in una campagna emiliana, al confine tra l’Emilia e la Romagna, con delle paranoie tipo Leopardi, ma non così patologiche. Donzellette non ce n’erano, in compenso c’erano molte vacche.

Per la precisione vacche da latte di razza frisona, quelle bianche e nere insomma. Con loro ho molto parlato e i loro muggiti mi hanno convinto che umani e animali non sono così diversi, a parte il senso di colpa.

Costretto all’ascolto dei cantautori italiani da fratelli più grandi, a 14 anni mi sono convertito all’heavy metal. Ma è durata poco in quanto il sistema familiare vigente in quegli anni mi costrinse presto a tornare sui binari giusti, concedendomi soltanto Vasco Rossi come valvola di sfogo.

Bipolarismi familiari mi hanno portato a fare la spola tra la Bisiaccaria (Venezia Giulia) e il natio confine emiliano romagnolo, per 10 anni. Chi conosce bene la Bisiaccaria sa che tutto quello che dice il comico Paolo Rossi non è vero. Mentre tutto quello che canta Elisa Toffoli di quel Nord Est è vero. Ed è anche poetico.

Poi mi sono laureato in Scienze Politiche, con una tesi in Sociologia della Comunicazione. A Bologna. Ma a quei tempi già razzolavo nel mestiere del giornalista e collaboravo con testate come Panorama, Donna Moderna, Focus e altri giornali di cui si sono perse le tracce.

 

Ho iniziato con una macchina per scrivere Triumph Tippa portatile di cui mi vantavo con i colleghi che ostentavano le loro Lettera 32. Poi sono passato a una Philips elettrica. Poteva memorizzare una frase di 160 caratteri, pensate. In pratica era un formato twitter ante litteram. Poi mi sono arreso al pc.

La mitica macchina per scrivere Triumph-tippa
La mitica Triumph-tippa

I social non c’erano, dunque mi dilettavo con il tennis, il biliardo ignorante dei bar di provincia, le sagre e il divertimentificio della Riviera Adriatica. Sui colli bolognesi si andava senza Vespa Special, che era una prerogativa dei fighetti di città, ma con la Fiat Panda, i cui ribaltabili erano considerati il meglio sul mercato per la funzione camporella.

Sui colli si mangiava e beveva molto. Piadine, crescentine, (detto gnocco) tris di primi (per evitare quella sempiterna indecisione tra tagliatelle tortelli e tortelloni) e grigliate con contorni light e no colesterol come crema fritta o friggione.

Quando mi sono trasferito a Milano, negli anni 90 c’erano tangentopoli, Formentini, tantissime feste di stilisti e designer, tantissima bresaola rucola e grana, tantissimi pugliesi in esilio forzato e molti milanesi imbruttiti non sapevano di esserlo e dunque erano ancor più simpatici. Ma anche tante persone molto accoglienti (proprio come aveva detto Montanelli). È così che sono diventato un Burchiellaro milanese.

La scoperta di Milano è stata bella e a tratti dura, ma sempre onesta. Amo questa città, dove vivo da 25 anni, come amo Bologna, l’Appennino tosco emiliano e romagnolo, l’Adriatico che non si vede fino a quando non ci sei dentro con i piedi, tutto il litorale che va da Grado a Fiume, il Collio, il Carso, Trieste e perfino il centro di Gorizia.

Oggi sono vice direttore di Marie Claire e Brand Advisor dell’omonimo sito, che ho contribuito a lanciare a febbraio del 2008. Mi occupo da sempre di costume, etichetta giornalistica ormai molto vintage, e per questo ne vado fiero. Ho imparato il costume (insieme con un giornalismo solo apparentemente “leggero”) a Panorama dal 1996 al 2006.

Il mio militare vero è stata la rubrica Periscopio, il mio battaglione di appartenenza è stato un gruppo di giornalisti straordinari che non dimenticherò mai.

Tra di loro, i miei maestri: Andrea Monti, Maria Luisa Agnese, Giuliano Ferrara, Marco Gregoretti, Silvestro Serra, Raffaella Finzi, Antonio Orlando, Gigi Zazzeri, Umberto Brindani, Massimo Donelli, Roberto Briglia, Carlo Rossella, Luciano Santilli, Beppe Preti.

Il mondo dei giornali femminili mi ha accolto altrettanto bene e sono davvero tante le persone fondamentali per la mia formazione umana e professionale.

Nella mia carriera di giornalista di costume mi sono occupato di: viaggi, sesso, tendenze giovanili, narcisismo, moda, gossip, psicologia, avventura, sopravvivenza, amore, cinema, tv, spiagge, tecnologia, divertimento, lupi, food, smart city e molto altro. Il che mi rende un maledetto tuttologo.

Ho una moglie pediatra, bionda, mezza valtellinese e mezza emiliana ma nata a Milano Milano, che, con i suoi racconti ospedalieri, mi riporta alla sostanza del pensiero di William Somerset Maugham: «La vita è breve, la natura ostile e l’uomo assurdo; ma, stranamente, le sventure hanno perlopiù i loro compensi e con un certo umorismo e una buona dose di senso comune possiamo cavarcela discretamente in questa faccenda del vivere, che, dopotutto, ha ben poca importanza».

 

 

 

 

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