Perché Snapchat video balza a quota 6 miliardi e minaccia Facebook

Snapchat è lì, a un passo da Facebook. Perché? Le cronache dalla guerra dei microclip, elemento di cazzeggio senza pari del consumo social, raccontano dell’emergere prepotente di Snapchat, un’app nata e cresciuta grazie alla possibilità di scambiare messaggi che si autoeliminano dopo pochi secondi. Ma, a puntare il monocolo sul versante antropologico, sono cronache che segnalano molto di più: quest’app è un simbolo. Che sancisce definitivamente la fine dell’appeal del “possesso”. C’è chi ci vede un nuovo socialismo, chi un novello afflato francescano e solidaristico, chi valuta il trend come ricerca dell’essenziale di sé negli style symbol più che nello status. Bah, chi lo sa. Però sì, qualche lezione (almeno 5), a questo punto dovremmo averla imparata:

1. Troppa memoria è come non avere memoria.

Finalmente ci siamo arrivati, e Snapchat l’ha trasformato in business: a forza di conservare video, chat e foto abbiamo fatto crashare tutti i device. Forse abbiamo perso tutto o forse volevamo perderlo perché asfissiati dalla FOMO (fear of missing out), dalle ore passate a cercare quel video divertentissimo che non si trova più. Poi la lampadina: cerca su Youtube. Un po’ macchinoso ma addirittura più veloce.

 

2. Possedere stanca.

La sharing economy mette al bando il possedere ed esalta il lavorare per il bene di tutti. È nuovo socialismo? Poter avere tutto a disposizione in qualsiasi momento è ormai quasi il sinonimo di web. Snapchat lo fa con i pensieri, ed è come se ti dicesse: «Io ti mando il mio pensiero, puoi “consumarlo” ma poi lascialo andare». Già oggi possiamo dire addio a beni materiali e immateriali di cui abbiamo bramato il possesso o pianto la perdita. «Ridammi indietro la mia seicento», cantava Vecchioni. «Ridammi indietro la mia tessera Car2go» suonerebbe malissimo. In compenso: niente più rate millenarie, niente più bolli, assicurazioni, cambio gomme, multe per entrare in centro. I cantautori s’inventino qualche cosa d’altro.

 

3. Consumare è più esperienziale che possedere.

Se le cose stanno così possiamo immaginare che, in un momento non tanto lontano, tantissimi beni di lusso saranno soggetti al semplice uso e non al possesso. A pagamento, certo, ma a un costo tale da renderli più accessibili che mai. Automobili, barche, enormi diamanti, e chissà cosa altro. Chi scalava gli status symbol ieri doveva scegliere con grande attenzione un numero limitato di beni che rappresentassero la sua ricchezza. Poi doveva proteggerli e farli proteggere. Domani potrà soltanto aumentare il numero delle proprie esperienze di lusso che sarà commisurato alla sua ricchezza e al suo stile. Invece che un gioiello importante per sempre sperimenterà 300 gioielli importantissimi all’anno.

 

4. Il consumare crea più posti di lavoro che il possedere.

Si potrebbe pensare che, smettendo di comprare, le aziende subiscano contrazioni di produzione e quindi siano costrette a licenziare. Può succedere ed è successo, certo. Ma questo perché il sistema è entrato in crisi. Dicono gli esperti, forse con azzardi linguistici, che stiamo passando dal vendere un oggetto a vendere la sua funzione. Non ti vendo un’auto, ti vendo la mobilità. In sostanza chi realizza e vende manufatti se non si adegua rischia la chiusura. Sarà vero? Non c’è solo la sharing economy, il consumo collaborativo, le nuvoledi dati sfruttabili da tutti a minacciare le aziende. C’è, ci sarà, anche l’autoproduzione: la stampante 3d può già produrre una piccola parte delle cose di cui abbiamo bisogno. Ma una cosa è certa, prima o poi la legge buddista dell’impermanenza colpirà anche tutto ciò che è condiviso. Qualcuno dovrà pur realizzarlo di nuovo, no?

 

5. Il “non avere” porta verso un’ecologia della mente.

Citare Gregory Bateson, autore di Verso un’ecologia della mente, va sempre bene, anche se forse in questo caso è più la suggestione del titolo a ispirare. Non siamo abituati a pensare la mente come qualcosa che consuma e produce rifiuti. Però è così e gli smartphone sono un detonatore di bulimie,comportamenti ossessivi e disturbi da accumulo. Dobbiamo essere disposti a capire che il messaggio flirtoso di quella persona che ci piaceva tanto in una chat di 8 anni fa, DEVE finire nel cestino una volta per tutte. Insieme ad altri milioni di dati, foto, memorabilia, piatti di pasta, trionfi di scampi e archivi sentimentali che non possediamo veramente e che segnano esperienze che NON rivivremo. E quindi sono tossine per le nostre sinapsi. Evelyn Waugh, romanziere e gran viaggiatore a cavallo tra le due guerre mondiali, sosteneva che la differenza tra un turista e un viaggiatore si poteva comprendere con un parametro fondamentale: la necessità, per il turista di portarsi a casa le foto ricordo. Mentre dall’altra parte c’è un vero rifiuto del viaggiatore a rifugiarsi in simili feticci. Chissà cosa direbbe oggi…

via Marie Claire

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