La pesantezza del circense

mimo5tg

Davide Burchiellaro per Marie Claire (2/2008)  ©Hearst Marie Claire Italia 2008

Carnevale, festa demenziale?

Se il mondo dell’immaginario stucchevole fosse regolato da leggi scientifi che, a spiegare tutto sarebbe il Teorema della Bomboniera. Che reciterebbe così: il quoziente di repulsione di una fi gura aumenta con la quantità di bomboniere che ispira. A contendersi il primato sono due popolazioni storicamente dipendenti dai confetti: quella dei Putti Nudi Rubicondi, e quella delle Icone Tristi Carnevalesche/Circensi.
Sappiamo di urtare i nervi (fragili come la loro porcellana) dei maestri artigiani che da Capodimonte a Hong Kong sono misteriosamente vittime dell’identica ossessione per clown depressi, mascherine veneziane, pierrot lacrimanti, geishe pallide del teatro Kabuki, mimi struggenti prossimi al suicidio sulla Senna. Ma è giunto il momento di smascherare (è il caso di dirlo) questo odioso tarlo estetico e statico che nelle settimane grasse di febbraio si anima e ci ammorba più che mai.
E che non si ha mai il coraggio di relegare nel girone del kitsch. Ma uscirne si può. Anche senza diventare eremiti per sfuggire ai coriandoli come fece Floren Christian Rang, autore di Psicologia storica del carnevale (appena ripubblicato da Bollati Boringhieri). Basta smontare gli autoinganni della nostra fragile mente schiava del Novecento.

Autoinganno 1 « PER LA GIOIA DEI PICCINI» Il piccolo Gerardo guardava con interesse il ciondolare randomizzato del testone di Romano Prodi. Quell’entità di cartapesta sopra un carro a Viareggio doveva essere esplorata. Ma Gerardo ha la sfortuna di avere un papà sociologo che radiografa tutto quel che fa. «Curiosava negli anfratti del presidente e zac, ho capito, stava cercando il tasto “play/pause”, poi ha confessato che voleva spegnerlo», racconta lo studioso di comunicazione Ivo Germano. Che rompe l’omertà genitoriale sull’illusione che quelle figure sappiano ancora divertire i bambini. C’è uno scarto temporale ovvio: il pagliaccio, la caricatura di cartapesta, la mascherina con lo spaghetto in bocca, agli occhi dei piccoli non possono competere con bestiacce globalizzate come i Gormiti, con i vitaminici adolescenti Power Rangers o con la Playstation. Inutile rifugiarsi nella scusa che l’infanzia di oggi è troppo televisiva e non apprezza la magia del carnevale e del circo. Perché sono almeno 35 anni che quelle creature più che divertire ci rompono le scatole. Chi era bambino negli anni ’70 entrava sotto il tendone con maestrine politicamente corrette e tornava afflitto da domande epocali: che ci sarà di divertente in un nano che sgambetta dietro un cammello spelacchiato? Leoni e rinoceronti avevano sicuramente più appeal, ma il panda del Wwf e le lotte ecologiche delle Giovani Marmotte instillavano il rimorso facendo sembrare il baraccone circense il regno del male. Ma la svalutazione più irrimediabile è toccata ai clown. Forieri di noiosissime randellate mettevano in scena un mondo occultamente sadomaso già allora lontano dalla realtà infantile quotidiana. Il colpo di grazia arrivò a metà anni ’80, con l’uscita del romanzo di Stephen King It, protagonista un pagliaccio assassino che bivacca nelle fogne.
Ogni effetto comico svanì. E si moltiplicò quello horror. Tanto che oggi l’oracolo digitale Wikipedia defi nisce il clown una “fi gura inquietante”. Sulla quale grava l’allarme internazionale: dal libro popup che illustra le fobie ( The Popup Book of Phobias, Harper Collins) si apprende che la coulrofobia, la paura dei clown, colpisce una persona su sette. Pagine effi caci: faccioni pittati che digrignano i denti e brandiscono lecca-lecca probabilmente al gusto cianuro. Ma sudorazione e tachicardia sono sintomi che, secondo gli psichiatri, possono scattare anche alla sola vista di un naso rosso di plastica. Insomma, ridi pagliaccio, ma stammi alla larga. Sappiate che da quella disfatta non si è ripreso nessuno, neppure Sbirulino e l’imperdonabile Mago G. Luca Levis, che incarnava il pagliaccio pusher di biscottini su pattini a rotelle, è stato intervistato da una radio torinese, assieme alla mitica paracadutista della Nuvenia, Sara Sachett. E ha dichiarato che, prima dell’oblio mediatico, il look del mago cambiò. Niente più «faccia bianca con occhi truccati, tipici del mimo, ma soltanto fondotinta e contorno occhi. Dopo qualche anno la feci fi nita, quel personaggio mi opprimeva e decisi di fare il pilota d’aereo». Il clown sui pattini aveva tentato, per salvare la faccia davanti ai bambini, di uccidere il mimo. Senza rendersi conto che, nella sua glaciale staticità, il mimo non stava mimando una mummia. Era morto stecchito per davvero. Chissà da quanto.
La lezione è chiara, volete dei figli fobici? Spediteli a scuola nei panni di Pulcinella, avvolgeteli nelle sintetiche sembianze di Colombina, assoldate le pattuglie di clown in visita domiciliare che alzano lo status nei confronti dei vicini. Ma evitate le feste da McDonald’s perché i pagliacci sono fi niti anche lì, sostituiti dai nuovi cartoon. Il clown Ronald è sotto tiro: gli contestano la postura che imiterebbe il Cristo in croce, affi nché i clienti associno il locale a una chiesa. *PAG*

Autoinganno 2 «SONO I SIMBOLI ETERNI DI UN DIVERTIMENTO ANTICO E PURO» Scene tristi, quelle a cui si assiste in certe piazze. Affreschi di infelicità: lui, il mimo, un Dante Alighieri rattrappito davanti alla Rinascente di Milano o una Sfi nge che suda sotto il cerone in Piazza Navona a Roma. Intorno un tragi-crocchio di adulti. Silenziosi. Fissi. Mani dietro la schiena. Sacchetti di nylon che penzolano. Guardano, anche per ore. Forse parlano con il mimo, telepaticamente. Mah. Oppure aspettano che succeda qualcosa. E i primi ad accorgersi che niente di signifi cativo accadrà sono i bambini, i più sani di mente. Che a volte risolvono la faccenda mettendo le mani addosso all’artista o fuggendo a gambe levate dalla noia. L’adulto si innamora di quell’immobilità, la contempla inebetito. Ed è uno di quei momenti in cui si manifesta la sindrome nostalgica per il Teatro dell’Ingenuo. Nella mente, come stimolata dall’acido lisergico, si affolla la galleria dei personaggi, da Charlot, con la sua testolina scattosa, alla donna cannone, passando per Marcel Marceau e il mimo Baptiste, vicino alla canna del gas per amore nelle tristi (dis)avventure cinematografi che di Les Enfants du Paradis. «Una nostalgia lancinante », spiega Ivo Germano, «una reazione alla velocità del circo moderno televisivo, con la sua irrefrenabile deriva del guittesco. Però anche una reazione regressiva, timorosa del futuro. Perché, diciamolo, quell’arte statica, come il teatro, è insopportabile. Meglio le casalinghe disperate delle bisbetiche domate ».
Parole dure, che nulla possono contro le convinzioni dei manager aziendali che godono nell’imporre ai dipendenti le assurde giornate carnevalesche. Giornate in cui è obbligatorio, parafrasando Neil Postman, «divertirsi da morire». Zucche illuminate occhieggiano dai banconi della mensa e capisci l’antifona. Le cameriere dispensano stelle fi lanti e tendono agguati ai poveri impiegati, facendo partire il cazziatone se la preda non interagisce. Di ciò bisogna ringraziare Pierre Byland, padre dei laboratori pedagogici di clownerie e inventore della «ricerca del clown interiore». L’uomo che ha fuso l’orpello circense con la psicoterapia e la formazione aziendale. L’Enrico Fermi del pessimo gusto. Attendendo una condanna esemplare, ci si può consolare rivedendo il primo atto eroico contro i soprusi dei mimi, contenuto nel fi lm Tootsie (1982): Dustin Hoffman passeggia per Central Park, quando Pierrot lo importuna. Parte lo spintone, l’artista mima la caduta ma ci riprova. I Pierrot sono duri a morire.

Autoinganno 3 «MIMI, CIRCHI E GIULLARI SONO UN PATRIMONIO DELL’IDENTITÀ EUROPEA DA DIFENDERE» Una galleria di fi gure sentimentali come quelle elencata non può che nutrirsi di sensi di colpa. L’Europa d’inizio secolo era certo una culla underground di talenti che elaboravano le arti della giocoleria, della contorsione, dell’ammaestramento della foca selvaggia. Ma, animo, non sono loro il nostro bersaglio. Perché oggi c’è il Nouveau Cirque, la multinazionale del trapezio. La tecnica è semplice: si saccheggia il vecchio circo, si mescola con le tecnologie da discoteca, con le tute di latex e qualche dj. Ed ecco il Cirque du Soleil. Nato in Canada nel 1984, negli ultimi anni ha ottenuto successo mondiale e un clamoroso sdoganamento intellettuale.
L’ultimo spettacolo (a Milano dall’11 al 13 marzo e a Torino dal 15 al 17) ha un titolo che tutti speriamo sia anche una sana autocritica: Delirium. Un delirio causato da un virus che ha generato altri mostri, come il Cirque Eloize (in Italia fi no al 9 marzo), che propone l’enigmatico show Nebbia (che non si veda niente? speriamo…) e, tenetevi forte, lo Slava’s Snowshow della russa Slava Polunin, anche lei uscita da un raggio del Soleil, eletta «miglior clown del mondo » (in Italia fi no alla fi ne di aprile). Va detto che i giullari postmoderni sono più infi di di quelli tradizionali. Non c’è verso di veder lo spettacolo senza incappare in lazzi e facezie ad personam. Sguinzagliati tra il pubblico sono mine vaganti, diffi cile reprimere l’istinto del ceffone. Le scenografi e da Las Vegas compensano solo in parte le onte ricevute, mentre gli acrobati, con i loro odiosi piedini, prensili contronatura, risvegliano la speranza infantile e poco nobile di vederli precipitare miseramente. Altro che Europa, altro che Moira degli elefanti: la multinazionale è oltre, e vanta l’australiano Cirque Oz, il Circus Baobab dell’Africa Occidentale, il Cirque Cahin Caha, con artisti israelo-palestinesi. Per non citare i circhi marziali dove i maghi del kung fu disegnano arcaiche fi gure nell’aere, facendo tornare alla memoria la sublime scena di Indiana Jones che punisce lo stregone ieratico e gesticolante con un colpo secco di rivoltella.

Autoinganno 4 «È TUTTA ARTE, QUELLA CHE LUCCICA. CLOWN E MASCHERINE HANNO ISPIRATO GRANDI OPERE» La pelliccetta spelacchiata e la frangetta da pagliaccio di Giulietta Masina-Cabiria. Il truccatissimo principe eunuco di Amarcord. Anita Ekberg e Liana Orfei ne I clown. Il cinema e il circo: Federico Fellini. Immagini oniriche di un maestro o grossi-grassi incubi che ci perseguitano? Ecco la trappola più diffi cile: il pregiudizio culturale. Per il quale, avendo ispirato grandi artisti, quel bestiario sbrilluccicante diventa intoccabile. Forse oggi Fellini si pentirebbe di averci lasciato in eredità tante femmine da baraccone. E magari anche l’Antonioni di Blow up troverebbe formule più forti di una partita a tennis mimata per raccontare il “taedium vitae” del 2008.
I tempi cambiano. Dice il giovane critico d’arte Gianluca Marziani che il mascheramento rimane elemento forte del processo artistico e che oggi «la maschera carnevalesca apre al rito erotico di una sessualità pop». Dunque, sotto il costume da Arlecchino, niente. Ma in faccia la maschera di pizzo nero. E alla domanda: «Tu da chi ti vesti quest’anno»? La risposta sarà: «Da modella fetish del calendario Pirelli».
Comunque vada non rimpiangeremo il vecchiume. Per quanto si amino i geni che hanno messo in scena la maschera, meglio distaccarsi dalle fi ssazioni. Rimanere su quegli allori polverosi è ridicolo. Il monito arriva da Time, che ha dedicato una copertina alla «Morte della cultura francese». Per illustrare quel decesso, un simbolo perfetto: il mimo. Proprio lui, con tutte le dotazioni di serie: il musetto bianco con mugugno incorporato, l’occhio da piagnisteo, il basco sulle ventitré e la gerbera fl oscia in mano. Una foto che non suscita lacrime. Semmai ricorda quel che si dice a Roma quando muore un ultracentenario: «E volevo vede’ che faceva pure storie».

Febbraio 2008

Davide Burchiellaro

mail